“Un caffè con… Salvatore Dare”, redattore di Metropolis quotidiano e attento cronista delle vicende rossonere.

Salvatore, insomma, il Sorrento come si sta preparando al derby contro la Casertana?
“Spero con l’umiltà di chi è consapevole che non ha ancora fatto nulla: il cammino è ancora lungo. Certo, la vittoria di Aversa è stata fondamentale perché c’era bisogno di dare un segnale. Ma domenica c’è la prova del nove. La partita con la Casertana potrebbe rappresentare il primo vero esame. Vincere significherebbe dimostrare di avere la forza mentale adeguata per correre verso i posti che contano. Serve continuità”.

Le prestazioni in coppa Italia lasciavano qualche legittima perplessità. Squadra acerba, giovane, da amalgamare. Ambiente depresso e tanto pessimismo dopo l’improvviso addio del ds Pitino e le dimissioni, poi rientrate, di patron D’Angelo. Ora sembra l’esatto opposto. Non è che si corre il rischio di esaltarsi un po’ troppo?
“No, quel pizzico di entusiasmo che c’è oggi è solo la normale reazione di un ambiente che negli ultimi anni è stato martoriato da cocenti delusioni nei momenti decisivi e che adesso sogna di intravedere la luce in fondo al tunnel. Per essere onesti, il puntuale caos che c’è stato anche quest’estate credevo potesse rappresentare una zavorra psicologica per la squadra che, invece, pare essersene giustamente fregata delle questioni “extra-campo” pensando solo a lavorare”.

Cosa ti ha impressionato di più di questa squadra? E cosa negativamente?
“La capacità di diventare subito un gruppo. Nel calcio la differenza la fanno anche i particolari. Penso all’abbraccio dei compagni di squadra a Benci contro il Poggibonsi dopo il gol del 2-1 per rincuorarlo del terzo rigore provocato in 3 partite. E a Catania che corre dall’allenatore per chiedergli di non sostituire proprio Benci e di dargli fiducia nonostante non fosse tranquillo per l’errore. Sono cose che ti fanno vincere le partite. Ovviamente non è tutto rose e fiori. C’è bisogno di maturità, ci sono troppi cali di attenzione. Con la Vigor Lamezia, fatto l’1-0, la squadra si è seduta e ha subìto la rimonta. Ad Aprilia è successo lo stesso. Contro il Poggibonsi, nel secondo tempo giocato in superiorità numerica, il Sorrento ha staccato la spina rischiando di non vincere. Identico discorso ad Aversa. Serve un’inversione di tendenza”.

Facciamo un passo indietro: tu sei un giornalista molto valido, ma anche un tifoso rossonero. Partigiano sì, ma mai fazioso contro le nostre avversarie. Quanto ti ha bruciato, come sostenitore, la retrocessione dello scorso anno?
“E’ stata la più grande amarezza che finora abbia vissuto da tifoso del Sorrento”.

Malgrado la giovane età (27 anni, ndr), hai già vissuto tutti i “Sorrento” dalla metà degli anni 90 ad oggi. Quale stagione ti è rimasta particolarmente impressa?
“Forse sono uno di quei pochi che non ha dimenticato quel Sorrento relegato nell’inferno della Promozione e dell’Eccellenza. Forse anche perché è stato il primo Sorrento che ho seguito. Più che una stagione, però, ricordo con nostalgia il gol di Petraccone, contro la Virtus Baia, in Promozione, al campo Italia, in una domenica di pioggia e fango. Alex, centravanti dalla bordata potentissima, aveva problemi muscolari. E andò in panchina. Al 93’ il Sorrento ebbe una punizione dal limite, sul punteggio di 0-0. L’allenatore, Enrico Venditelli, mandò in campo Petraccone per fargli calciare la punizione. Petraccone claudicante arrivò sul pallone, lo sistemò con una cura maniacale e poi sparò una bordata incredibile sotto l’incrocio: palla in rete, 1-0 e tutti a casa. Fu una vittoria fondamentale. Che permise al Sorrento di vincere il campionato di Promozione e salire in Eccellenza”.

Quale, invece, il calciatore che ti ha colpito… Paulinho escluso?
“Checco Ripa, ma quello dell’anno del salto in C1. Una forza della natura, una cattiveria agonistica fuori dal comune, un senso del gol assurdo”.

C’è un calciatore dei dilettanti che avresti voluto vedere in categorie superiori e che, malgrado le doti tecniche, non è riuscito a sfondare?
“Giulio, Giulio Russo. E’ stato decisivo nel doppio salto dalla D alla C1, ma potenzialmente avrebbe potuto giocare anche in serie A. Un peccato”.

Facciamo un giochino. Assegna un aggettivo a tutti i patron rossoneri dell’epoca moderna: al tandem Castellano-Giglio, al duo Castellano-Gambardella, a Gambardella e a D’Angelo.
Castellano-Giglio è stato un tandem vincente. Insieme hanno riportato il Sorrento nel calcio che conta con una gestione familiare, “diversamente professionistica”. Il matrimonio Castellano-Gambardella invece non ha funzionato perché al comando c’erano personalità troppo forti e con visioni opposte: duo improbabile. Gambardella, da solo al timone, è stato un patron che per rincorrere le ambizioni non ha badato a spese e solo per questo va sempre e comunque “ringraziato”. Ma in alcune fasi della sua gestione il suo istinto non l’ha ripagato dei sacrifici. E’ stato soprattutto un presidente emotivo, eccessivamente emotivo in diversi casi, che Sorrento ha perso anche perché dopo i playoff andati male contro il Verona, troppi falchi gli hanno fatto “pesare” quei 15 giorni in cui decise di lasciare il calcio pressandolo su questioni, squisitamente tecniche, che di solito in una società calcistica spettano solo a chi ci mette i soldi. Penso all’esonero di Sarri, all’arrivo forzato di Ruotolo e al mancato ingaggio di Campilongo. Le “interferenze” di quei giorni lo svuotarono delle motivazioni necessarie per proseguire l’avventura. D’Angelo è un dirigente esperto, calcolatore, che si è ritrovato a gestire i conti di una società che è sopravvissuta alla retrocessione”.

Parliamo un po’ della tua professione in chiave rossonera: quale gara del Sorrento ti sei divertito, più delle altre, a scrivere e raccontare?
Sorrento-Alessandria 4-3 di due anni fa. Indimenticabile. Una domenica assurda. Una partita clamorosa. Il primo tempo finì 3-1 per l’Alessandria di Sarri, che ci annientò in lungo e largo sfruttando al meglio le gravissime e mai risolte lacune difensive di quel Sorrento. Poi Simonelli inserì Corsetti che giocò la più grande partita della sua carriera. Fu una rimonta straordinaria. Finì 4-3 fra le contestazioni del campo Italia per mister Simonelli finito nell’occhio del ciclone perché la squadra concedeva troppo”.

Quante sigarette fumi quando vedi il Sorrento? E, soprattutto, come riesci ad eludere il divieto di fumo in sala stampa da parte dei colleghi?
“Tante, troppe. Non le conto perché altrimenti mi dovrei frustare da solo. In sala stampa evito di fumare per educazione, anche se con Sarri, un fumatore doc, era abitudine intrattenersi in conferenza stampa fumando una sigaretta. In “tribuna stampa”, ovvero nel “gabbiotto” del campo Italia, nonostante non ci sia un cartello di divieto è diventato impossibile accendere una sigaretta. Si rischia di essere linciato da qualche collega. Ecco perché le partite le seguo in tribuna, all’aria aperta…”.

Questa domanda la farò a tutti: quanto è difficile essere giornalisti sportivi a Sorrento?
“Tanto. Non c’è una struttura adeguata che soddisfa al meglio le minime esigenze di chi va al campo (lo stadio è un’altra cosa) anche per lavorare. Non tutti sanno che nel “gabbiotto” è impossibile per spazi e mezzi garantire alla stampa le condizioni per lavorare. Anche muoversi è un’impresa. Non tutti sanno che quando una squadra ospite è seguita da un bel po’ di operatori dell’informazione, per culto di ospitalità, i giornalisti di Sorrento lasciano senza esitazioni il “gabbiotto”, facendo spazio a chi viene da fuori. E tutto per evitare che i disservizi siano più squallidi del solito. Qualche anno fa, un inviato di una testata nazionale, fu costretto a seguire una partita sotto l’acqua, senza ombrello, in tribuna centrale. Ma la nostra classe politica quando si renderà conto che avere uno stadio funzionale è fondamentale per una città come Sorrento? Le immagini del campo Italia fanno il giro del mondo, non si fa una bella pubblicità. E meno male che qui in molti si riempiono la bocca di turismo e necessità di fornire al brand Sorrento ulteriori elementi per accattivare le attenzioni di turisti e operatori. Ma quando in tv viene trasmesso un servizio dal campo Italia di Sorrento, con le immagini del muro che costeggia le panchine, con una porzione di rettangolo di gioco che è impossibile da riprendere (mi riferisco ai corner piazzati sotto la tribuna centrale), con gente che oscura la visuale delle telecamere con gli ombrelli, mi dite la nostra città che figura fa? Ma non sono carenze strutturali. A Sorrento il giornalista sportivo è visto anche come un tifoso che lo fa per hobby e così viene trattato. Quando invece è un lavoro”.

Di palo in frasca: torniamo al contesto attuale. Al Sorrento cosa manca per fare un salto di qualità?
“Un centrale difensivo di qualità e un Canotto al cento per cento”.

Malgrado la tua fede milanista, so che hai acquisito la scaramanzia tipicamente partenopea. Quindi non ti chiedo un pronostico per domani. Ma la tua sensazione qual è?
“Chiamami domani verso le 17 e te lo dico”.

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