SERVIZIO A CURA DI MAURIZIO LONGHI (FOTO DI CARMINE GALANO). Vergogna. È la prima parola che viene in mente dopo quest’ennesimo fallimento. Un fallimento annunciato, inevitabile per come sono state gestite le operazioni. Le vittime sono i tifosi del Sorrento, l’umiliazione è la loro e non di quelli che sono venuti a fare enigmatiche strategie senza tenere conto del prestigio di una maglia e di una storia. Ad inizio anno suonavano le fanfare queste persone, annunciavano un grande progetto, rassicuravano tutti, ora non resta che constatare il flop di ciò che, in verità, non è mai iniziato. È stata una barzelletta, una pantomima, e ad ingoiare il boccone amaro sono stati i tifosi rossoneri, nessuno è stato capace di fidelizzarli per farli ritornare al loro posto. Delle tre retrocessioni questa è la peggiore, perché è mancata totalmente la dignità, a cui si è aggiunta l’inafferrabilità di alcune persone. Dove sono? Soprattutto adesso, che fine hanno fatto tutti quanti? Dopo il play out perso, perché nessuno si è presentato in sala stampa? Basta con le bugie, ce ne sono state propinate sin troppe, che si abbia almeno la decenza di scusarsi con la piazza e di fare le valigie. Sì, perché Sorrento ha già subito troppo, ma la pazienza di sopportare ancora gente che ha infangato una maglia è al limite. Il danno è stato già fatto, che ci si fermi qui senza prendersi gioco della civiltà dei sorrentini. È relativo parlare di ciò che è successo in campo, perché il Sorrento non ci sarebbe proprio dovuto arrivare lì. Fino a dicembre era stato allestito un organico almeno decente, composto da giocatori dotati di una discreta esperienza per la categoria, ma poi tutto si è sfasciato. Proprio quei giocatori, ritrovandosi nel nulla, nella “terra di nessuno” come l’ha definita qualcuno, cui è stato imposto uno pseudo-comunicato di smentita (ad un titolo, tra l’altro), se ne sono scappati a gambe levate pur di lasciare una società da strapazzo. E siamo stati fin troppo generosi a chiamarla società, alcuni giocatori, sentendo tale parola, si mettevano a ridere guardandosi intorno, come a dire: “Ce n’è una? E dove?”. Eppure chi scrive, ha preso inizialmente le difese di questa dirigenza, perché voleva vederci chiaro prima di esprimere valutazioni più approfondite. E la diaspora invernale già è stato il primo passaggio per smascherare la presa in giro che si stava consumando. Ci avevano fatto credere che Squillante avrebbe messo le cose a poste, che Bisogno sarebbe stato il deus ex machina, poi è subentrato Genovese, cambiavano gli allenatori e anche i presidenti, mentre nessuno si rendeva conto che qualcuno frequentava più le ricevitorie che il campo d’allenamento. Al play out, inoltre, si è avuta la fortuna di incontrare un’avversaria messa addirittura peggio, eppure si è riusciti nell’impresa di soccombere. Che tristezza, poi, vedere quella muraglia umana nel settore dei battipagliesi e la curva del Sorrento semi-vuota, come se non si stesse lottando per mantenere una categoria. Le dissennatezze tecnico-tattiche, seppur clamorose e incomprensibili, passano in secondo piano dinanzi all’assenza totale della società. E, nel post-gara di domenica, ne è arrivata l’ennesima dimostrazione. Sotto il vestito niente”, era il titolo di un film, ma nel caso del Sorrento manca anche il vestito, esiste solo il niente. I sorrentini non meritavano di essere sbertucciati così, chi risponde di tutto quello che è successo? Chi si assume la responsabilità di chiedere scusa?

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