“Se questo è legno, non è ferro”. Mister Canè non amava giri di parole. E quella metafora gli sembrò azzeccatissima per definire quel Sorrento relegato nei bassifondi della classifica di C1. Quella metafora, pronunciata dinanzi a qualche “tifoso-fiduciario della dirigenza” (come i tanti che si aggirano, tra la segreteria e gli spogliatoi), gli costò la panchina, a beneficio di De Petrillo. Che, ad onor del vero, rimase in rossonero solo per qualche gara, per poi cedere il posto nuovamente a Canè. L’episodio trova puntuale e ricca descrizione nel libro dei fratelli Siniscalchi. Metafora sempre attuale quella di mister Canè. Stavolta, non vi aspettate recriminazioni contro il Canotto-terzino, la difesa a 5 e l’agognata cattiveria agonistica che latita. Non vi aspettate da noi rilievi tattici, che lasciamo agli esperti e ai difensori degli esperti: a noi interessano maglia e salvezza, non gli interpreti. Ma una riflessione è d’obbligo. Se oggi “qualcuno” è finalmente arrivato alla conclusione che è la rosa ad avere dei limiti, che il problema non era (solo) sulla panchina ma è del “legno che non può essere ferro”, la risposta che stiamo elaborando è veramente adeguata? Se la risposta è andare sul mercato (soldi e sacrifici, permettendo!) senza un vero direttore sportivo, allora evidentemente la domanda è sbagliata.

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