SERVIZIO A CURA DI MAURIZIO LONGHI. Ci sono momenti indimenticabili nella storia di una società di calcio. Anche in una di provincia, conosciuta in tutto il mondo più per il suo panorama mozzafiato e per aver ispirato grandi artisti. Ogni storia ha un punto più alto (in quella del Sorrento la vittoria in coppa Italia contro il Napoli al San Paolo), dove si ha la sensazione di entrare in un’altra dimensione, e altri momenti di gloria, dove si raggiungono traguardi attraverso mille sacrifici. Quelli che hanno visto il vessillo rossonero librarsi in alto nel cielo sono diversi, tra cui c’è una data particolare: 18 febbraio 1998. Stadio Pinto di Caserta. La città della Reggia era il teatro della finale di coppa Italia di Eccellenza. Mai come quella notte dalla costiera ci fu una transumanza di tifosi rossoneri verso una città invasa dall’entusiasmo sorrentino. Mai come quella notte si fiutava qualcosa di grande, l’avversaria era la Viribus Unitis di Nello Di Costanzo, accreditata anch’essa per vincere il campionato di Eccellenza in un girone diverso. Sfida tra titani di categoria. In campo, la tensione condizionò le due squadre, troppo importante la partita per rischiare, bastava un colpo di incoscienza per mandare tutto a ramengo. La paura di esporsi fu così grande che lo 0-0 non si schiodò neanche dopo i supplementari, furono necessari i rigori. Dal dischetto, salì in cattedra Faenza, il portiere del Sorrento, che si esaltò parando tre rigori con Cascone che realizzò il penalty decisivo facendo esplodere di gioia la Santabarbara rossonera. No, non abbiamo dimenticato il nome del timoniere di quella squadra, lui era Salvatore Amato, per gli amici Sasà, che nella terra delle Sirene ha vissuto da protagonista pagine importanti nella doppia veste da calciatore e allenatore.

coppa italia casertaMa, contattato telefonicamente, ci facciamo dire prima di tutto le emozioni della notte casertana: “Fu una finale emozionante ma, in generale, si trattò di un anno fantastico perché vincemmo pure il campionato approdando in serie D. Quella famosa partita che ci vide sollevare il trofeo regionale, fu molto bloccata perché affrontavamo un’altra squadra molto forte come la Viribus Unitis che vinse l’altro girone di Eccellenza. Ci fu grande equilibrio, ma noi avemmo la possibilità di contare su un dodicesimo uomo. Non si può spiegare le sensazioni che provammo quando vedemmo il settore dei Distinti traboccante di nostri tifosi, neanche in casa c’era tutta quella gente a seguirci. Un entusiasmo incredibile, palpabile contagioso. Lo avvertirono anche i ragazzi. Tant’è che, pur non arrivando nelle migliori condizioni a quella sfida tra squalificati e chi non era al top, riuscimmo a moltiplicare le forze tenendo testa ad una squadra che annoverava grandi giocatori. Eravamo consapevoli delle nostre qualità per essere stati costruiti per vincere, ma anche soddisfatti per essere riusciti a fare nostro il titolo piegando un’avversaria altrettanto attrezzata, poi fu una gara molto tesa da arrivare ai rigori per assegnare la vincitrice”. Il nome di Sasà Amato non è legato al Sorrento solo per quella stagione in cui si portò in bacheca il doppio titolo. Di ricordi indimenticabili ce ne sono altri: “Sia da calciatore che da allenatore ho vissuto momenti bellissimi in costiera. Ho avuto la fortuna di essere presente nei periodi luminosi della storia di questa gloriosa società in cui sono stato in tre fasi diverse. Sono partito quindicenne per poi andare alla Lazio, poi sono ritornato nell’anno della promozione in C1 nell’84-’85 fino a prendermi grandi successi anche sulla panchina rossonera”.

coppa italia caserta2Stagione ’84-’85. I presidenti del Sorrento erano i fratelli Pollio, fu costruita una squadra per puntare alla C1. La promozione arrivò insieme al Licata di Zeman, vincendo la concorrenza del Frosinone. “Non partimmo molto bene per una serie di episodi negativi – ricorda mister Amato – Ma eravamo coscienti di essere un gruppo allestito per i vertici della classifica, Tascone aveva costruito davvero una grandissima squadra. Come succede nel calcio, fu lui a pagare con l’esonero e, con l’insediamento di Cané, pian piano iniziammo a macinare punti. Di quella stagione, il momento decisivo fu quando pareggiammo in casa, all’ultima giornata, contro il Frosinone. Era uno scontro diretto, dovevamo difenderci dall’assalto dei ciociari che avrebbero dovuto vincere per forza, a noi bastava il pari per mantenere il punto di vantaggio. Finì 0-0 quella partita e potemmo festeggiare la promozione. Invece, per quanto riguarda la svolta di quel campionato, fu quando andammo a vincere a Licata, contro la squadra di Zeman che si laureò campione di quel girone, lì capimmo che avremmo potuto restare sulla loro scia per salire di categoria”. La sua esperienza come tecnico del Sorrento si concluse qualche anno dopo: “Restai altri tre anni in cui curammo il settore giovanile. In pratica, gettammo le basi perché sfornasse grandi talenti e la nostra semina fu raccolta da chi, poi, portò il Sorrento ancora più in alto. Buona parte del lavoro fu fatto in precedenza, ed è quello che deve succedere anche adesso. Bisogna ripartire dal vivaio, in queste categorie difficilmente si riesce a fare bene senza un solido settore giovanile, si deve capire che da lì possono venire fuori giocatori già pronti per la Prima squadra. Questo può fare le fortune di una società che può ritrovarsi in casa grandi talenti senza dover andare in giro ad acquistarli gravando sul bilancio”.

Le note dolenti arrivano dall’attualità. Se mister Amato, da allenatore, conquistò la serie D, quest’anno il Sorrento ci è sprofondato. Troppe le dissennatezze societarie, sicuramente è una brutta pagina di una storia che ha avuto momenti entusiasmanti. Anche il futuro è una incognita: “Era chiaro l’epilogo di un ciclo, quando succede questo, bisogna armarsi di intraprendenza e buona volontà per ricominciare daccapo con un buon progetto. Come si può fare a Sorrento? Riunendo le persone del passato, da Giglio, Castellano, Aponte, Cuomo, Fiorentino. Ripeto, la prima mossa che si deve fare è creare un ambiente in cui possano crescere ed esplodere i nuovi talenti, per farlo ci vuole gente competente, quella di cui ci si dotava negli anni passati. Non è un caso che, la Nazionale Italiana in Brasile, abbia in rosa due elementi partiti proprio da Sorrento. L’obiettivo dovrà essere quello di far emergere i nuovi Immobile e Mirante. Il tifoso sorrentino è diverso da quello di altre piazze, perché accetta il verdetto del campo senza creare troppe tensioni e disagi, ma non bisogna approfittarsene”. Tiene sempre banco il fattore stadio un altro, forse il principale, motivo per cui a Sorrento sembra difficile fare calcio a determinati livelli. Su questa scottante e infinita querelle, ci facciamo rilasciare due battute anche dal tecnico partenopeo: “Questo è un problema atavico, ricordo che già negli anni ’80 si diceva di voler costruire uno stadio a Meta o a Piano, chissà se si riuscirà ad arrivare ad una soluzione, sta di fatto che la questione affonda le radici da anni addietro, purtroppo, non è una priorità per tutti. Quindi, bisogna ripartire indipendentemente dagli sviluppi legati a questa vicenda”.

Commenti

commenti