SERVIZIO DI STEFANO SICA. Nell’estate del 2011 fu scelto per i meriti conseguiti sul campo, senza i filtri di qualche sponsor o le segnalazioni dei faccendieri di turno. Fu una intuizione del patron Mario Gambardella, uno che aveva rapporti di fiducia con diversi allenatori ma non certo con lui. Una decisione, insomma, presa in totale autonomia per quanto fatto vedere nella stagione precedente alla guida dell’Alessandria. Per diversi giorni duellò in ballottaggio con Nello Di Costanzo, e alla fine vinse lui. Maurizio Sarri e il Sorrento. Un amore breve, spesso gracile e svilito col tempo da tante e laceranti aspettative. Di fortuna in costiera il tecnico nato a Napoli ne ha avuta davvero poca. Ancora oggi, e in modo del tutto improprio, si dice che a volere la sua testa fu solo ed esclusivamente il main sponsor rossonero, la Msc. Che il colosso di Gianluigi Aponte avesse spinto con insistenza in questa direzione, ed esondando dal proprio ruolo, è fuori di dubbio. E’ un fatto concreto e comprovato che lo stesso Sarri svelò qualche giorno dopo in una intervista che ricostruì scenari e dettagli nascosti della sua esperienza a Sorrento. Ma è altrettanto indubbio che ad iniziare prematuramente l’opera di delegittimazione del tecnico fu proprio Gambardella. Già dopo il pari casalingo alla seconda giornata contro il Pavia. Gambardella non era uno che amava esternare, delegando più al figlio Attilio oneri ed onori della comunicazione. Non lo aveva fatto l’anno prima nonostante gli errori e gli scivoloni prolungati di Gianni Simonelli, colui che fu capace di far tracollare la squadra in un girone di ritorno choc che consegnò il traguardo della serie B al Gubbio. A Sarri, invece, non fu perdonato mai nulla. Alle accuse del numero uno costiero di non aver plasmato una squadra che esprimesse gioco e condizione fisica, il tecnico rispose in questo modo in conferenza stampa: “Per i miei giocatori è impossibile sentirsi dei professionisti quando, poco prima di finire gli allenamenti, vediamo che sul campo fa capolino un fiume di ragazzini delle giovanili in attesa di allenarsi”. Concetto semplice ed essenziale per lui che era un maniaco della professionalità e del dettaglio. Insomma, Sarri non era certo il tipo da ingoiare rospi ed accuse ingenerose. Anche perchè lui stesso, a fine agosto, ebbe a dire che per trovare la forma migliore ci sarebbe voluto tempo. Tanto tempo. Ma c’è di più: formalmente la società non aveva mai sbandierato propositi di serie B immediata, rimandando piuttosto ad un progetto biennale l’obiettivo della cadetteria. Leggiamo quello che Sarri affermò nella famosa chiacchierata concessa a Tuttomercatoweb a metà dicembre, pochi giorni dopo l’esonero: “L’ambiente è stato un po’ influenzato dai giudizi di questi mesi, quando si è detto che la nostra era una squadra ammazza-campionato, e non è così. Il Sorrento è una buona squadra ma non è vero che dovesse vincere il girone a mani basse. Un altro equivoco che ha generato una certa tensione”. Appunto. Ciò che ne seguì fu un teatrino stucchevole. Tutto un proliferare di ragazze pon pon e fuochi di Ferragosto con Attilio Gambardella che sui media incoronò Ruotolo nonostante il papà, per la successione di Sarri, avesse scelto Campilongo senza pensare neanche per un attimo ad un’investitura del biondo trainer di S. Maria a Vico. Ma la candidatura del mediano che a Sorrento aveva mosso i primi passi da calciatore per poi legarsi alla famiglia Genoa, fu imposta dall’alto. Ovvero dalla Msc nella persona di Franco Ronzi. Quando i risultati iniziarono a far vacillare la posizione di Ruotolo, Mario Gambardella bloccò personalmente Mario Somma. Subito stoppato dalla Msc e dal dg Diodato Scala. Tuttavia bisognava mantenere agli occhi del “volgo” un equilibrio assai fittizio, prima che l’impero crollasse a causa di dissidi interni irreparabili. Non a caso dall’anno successivo proprietà e main sponsor si sarebbero separati, dando spazio all’era dell’austerity culminata nelle tre retrocessioni consecutive e ad una desertificazione societaria di cui ancora oggi il Sorrento porta i segni sanguinanti sul volto. Ecco perché sul terreno oggi resta l’impellenza di ricostruire un minimo di verità storica su quegli avvenimenti. Chi ha seguito il Sorrento, e lo segue tuttora con l’occhio del professionista e una malcelata passione, ha il dovere morale di farlo. Certo, il gioco di Sarri non divertiva gli astanti. Le individualità prevalevano sugli schemi non fosse altro perché il corpaccio del Sorrento era composto da atleti di prim’ordine con il lusso di poter tenere in panchina un certo Galabinov e persino quel Nocentini che Sarri aveva voluto fortemente in costiera. Qualche elemento da lui suggerito fallì alla prova dei fatti (Tognozzi su tutti, senza contare le prestazioni altalenanti dei vari Bondi, Croce e, in ultimo, Camillucci). Ma occorreva tempo. Lo stesso che l’Empoli, società che le valutazioni le fa sempre a 360 gradi e senza farsi divorare mai dall’ansia, gli ha dato l’anno successivo quando in tanti avrebbero scommesso il proprio conto in banca su un esonero. E poi occorrevano alcuni cambiamenti nel mercato di gennaio anche per silenziare qualche fibrillazione di troppo nello spogliatoio. I risultati non erano in fondo così negativi, col Sorrento che, alla penultima giornata di andata, aveva girato con un solo punto in meno rispetto al cammino del celebratissimo Prof. Simonelli nelle stesse partite della stagione precedente. Ma non finisce qui: Sarri a Sorrento ha sperimentato il modulo adottato già con fortuna ad Alessandria, il 4-2-3-1. Solo ad Empoli lo ha modificato non rinunciando mai al terzo centrocampista. Segno di grande duttilità e capacità di adattarsi alle caratteristiche dei calciatori a disposizione. Il Sorrento stellare di quell’anno era stato costruito proprio per interpretare questa idea di gioco. Insomma, Sarri avrebbe meritato più rispetto, e sicuramente altre chance considerato il tipo di preparazione atletica e di lavoro tattico che, insieme, avrebbero dato riscontri solo col tempo. Sarri avrebbe potuto condurre per mano il Sorrento verso la B con la protezione di una società che avesse realmente idee chiare e spirito di programmazione. Ma nell’arena di un club devastato da tante voci urlanti e frementi, ognuna desiderosa di imporre il proprio punto di vista, era facile darsi allo scaricabarile imboccando la sciorciatoia più facile e banale, quella dell’esonero. Alcuni protagonisti di quella delegittimazione fatale per le sorti del Sorrento, millantano ancora oggi stima nei confronti del tecnico. Su queste persone stendiamo un velo quanto mai opportuno. Sullo sfondo restano invece quelli che lo hanno veramente apprezzato per la correttezza professionale dimostrata nei rapporti quotidiani. Oltre che difeso con sincerità e senza infingimenti: i giornalisti (tutti) ed i tifosi (quasi tutti). Il motivo era presto detto: si era data tanta fiducia a Simonelli, anche in maniera inopportuna, perché non darla a lui? Da lì è cambiata (in peggio) la storia del Sorrento. Peccato. E consola poco il poter dire “avevamo ragione”. Forse consola più Sarri, uomo di gavetta la cui carriera avrebbe avuto da quel momento una svolta decisiva. Napoli è pronta adesso ad accoglierlo con speranza e curiosità, dividendosi all’interno del proprio tifo tra i “pro” e i “contro”, come è fisiologico che sia. Il resto, fortunatamente, fa parte di un passato che non tornerà più. Ma il nostro in bocca al lupo per questa seconda avventura partenopea, è doveroso. E sentito.

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