“Chiacchiere e tabacchere e’ lignamm o’ Banco ‘e Napule nun ne ‘mpegna”. Un detto napoletano storico. Efficace e bello nella sua crudezza. Che descrive meglio di tutti il vortice di sproloqui che grossa parte della politica cittadina è stata capace di partorire nel corso di decenni riguardo il restyling del campo Italia. Certo, è stato facile per questa amministrazione affidare consulenze inutili a professionisti del settore e mettere in piedi progetti pur di creare aspettative fasulle ed allentare le pressioni. E’ stato facile per il sindaco Giuseppe Cuomo intrattenere i tifosi nella primavera del 2010 promettendo grandi opere ed uno stadio degno del nome di Sorrento. Già, era periodo di campagna elettorale. Lui ce l’ha fatta. Ma dopo quattro anni ci resta in dote una città che è un eterno cantiere, dove la viabilità diventa sempre più complicata e dove il segno dell’arretratezza in tema di strutture sportive si fa tangibile. Che Sorrento non abbia una piscina comunale è qualcosa che grida vendetta ma non sarebbe neanche uno scandalo là dove ci sono voluti otto anni per regalare ad un’intera comunità il Palazzetto dello Sport. Come è tragicomico ascoltare Cuomo vincolare la ristrutturazione del campo Italia ai successi sportivi del Sorrento. Tanto più per un club che ha quasi 30 anni di professionismo nella sua storia. E che, ovviamente, è rimasto sempre appetibile per chi avesse voluto fare calcio in un certo modo. E’ ancora più sconfortante che una certa imprenditoria cittadina dalla vista troppo corta, non si accorga dei benefici che apporterebbe un qualificato turismo sportivo in città. E ancora: non siamo solo noi a carpire le esigenze di tantissimi turisti appassionati di calcio, soprattutto britannici e tedeschi, affascinati dalla prospettiva di ammirare da vicino la principale struttura della costiera dove si fa pallone. E magari dove acquistare qualche gadget. Arrivano e restano delusi e forse in quel momento Sorrento, ai loro occhi, si rimpicciolisce un po’. Questi sì che sono soldi gettati al vento. Ma a chi fa prevalere i propri interessi all’immagine collettiva e al bene comune, questo importerà ben poco. Vabbè, siamo nella città dove si sono voluti anni per vedere il progetto esecutivo di restyling della scuola “Vittorio Veneto” anche a causa di inefficienze che sarebbe lunghissimo indagare talmente sono molteplici e inquietanti. E adesso sarà la volta di una scuola a Cesarano, prossima ad essere demolita. Ogni volta il mantra è sempre quello: non ci sono i soldi e non si può sforare il Patto di Stabilità. E questo è anche il senso di quanto affermato dal sindaco solo poche ore fa: il nuovo stadio Italia non vedrà la luce. Ma di peggio c’è che non si intravede neanche la volontà di modernizzare l’attuale struttura almeno nelle criticità più urgenti e degne di una città civile: spogliatoi e copertura. Eppure due anni fa ci raccontarono una bella storiella: con la procedura del leasing in costruendo (o leasing immobiliare) l’impianto poteva essere finalmente ammodernato senza costi immediati per l’amministrazione comunale (equivalenti a 5 milioni scarsi). Questa forma di finanziamento privato, ci dissero (ma già si sapeva), non avrebbe inciso sul Patto di Stabilità. Tra l’altro in questa tipologia contrattuale il canone (uno dei tanti in base a come viene stipulato il contratto) viene corrisposto dalla P.A. al privato solo all’entrata in esercizio dell’opera, senza avere alcuna responsabilità del controllo dei risultati “in itinere”. Una gara non si è mai fatta. Capire come Cuomo possa asserire che non esistono privati, anche non costieri, in grado di accollarsi questa sfida, è un’impresa ardua. Magari ce lo spiegherà lui stesso se avrà argomenti da mettere sul tavolo. Eppure due anni fa proprio il sindaco tuonò: “Nella mia maggioranza non tutti vogliono il nuovo stadio. Io però andrò avanti senza timori per regalare un gioiello alla città”. Chissà cosa sarà cambiato in meno di 24 mesi. E’ lampante che la volontà è politica e per nulla condizionata da fattori di “nonsipotismo”. In un paese normale, chi non mantiene le promesse, o racconta bugie, dovrebbe andare a casa. O meglio, dovrebbero provvedere i cittadini a fare ciò. Per orgoglio e dignità, se non per puro realismo. Ma vale per tutti, per chi amministra e per chi fa finta di opporsi. Perchè anche chi si oppone sta troppo spesso in silenzio. Ma si sa, il calcio a Sorrento è un fastidio per chi ha in mano le leve del potere politico ed economico. Nel mix di cattiva politica ed imprenditoria da cortile, “‘a tazzulella ‘e cafè” di Pino Daniele è sempre in agguato. Ma alzare la schiena si può. E abbattere questo viscido muro di gomma è possibile. Anzi, è un dovere morale. (Stefano Sica, TMW)

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