SERVIZIO A CURA DI MAURIZIO LONGHI

Il Cervia era la squadra degli italiani. Tutti gli appassionati di calcio, indipendentemente dalla collocazione geografica e dal tifo, si riunivano vedendo sulle reti nazionali le partite del team allenato da Ciccio Graziani. Quella squadra, militava in serie D e puntava alla promozione nel girone in cui militava, ma era anche al centro del reality show, “Campioni – il sogno”. E il sogno di tutti quelli che volevano diventare calciatori si rispecchiava nei ragazzi che si trovavano a vivere quell’avventura, osannati ovunque come i nuovi idoli. Tanti italiani iniziarono a seguire le partite di serie D proprio grazie al Cervia, senza sapere che c’erano altre realtà in ascesa. Come il Sorrento di mister Cioffi che, nel nascondimento, lottava per aggiudicarsi la leadership del proprio girone e approdare tra i professionisti. Ma c’era anche la coppa Italia da giocare, le realtà più ambiziose dell’Interregionale nostrana avrebbero voluto metterla in bacheca così, per approdare in finale, il Sorrento doveva conquistare prima Milano Marittima. Perché, il tabellone delle semifinali, aveva posto di fronte ai rossoneri proprio il Cervia. Le cose si complicarono un po’ dopo il 2-2 dell’andata, giocata in Via Califano, quindi, bisognava andare con la mentalità vincente all’assalto della Riviera Romagnola. La vita riserva tante sorprese quando si crede nelle grandi imprese. Il Sorrento mangiava polvere ogni domenica per stare in testa alla classifica e abbandonare i dilettanti, di punto in bianco, si è ritrovato sul palcoscenico nazionale. Era un pomeriggio grigio, piovoso, già era difficile sbancare lo stadio “Dei Pini”, a maggior ragione dopo il vantaggio romagnolo siglato dallo stabiese Sossio Aruta. Ma da lì si svegliarono i vari Ripa, Giulio Russo, Ingenito, le bocche da fuoco del Sorrento, e da uno schiaffo si costruì un trionfo. Risultato: 2-4, tutta Italia ad applaudire gli uomini di Cioffi. Una partita diventata storica, una delle pagine più belle della storia rossonera, tant’è che, rivedendo quegli scatti a distanza di anni, sono in molti a dire: “Io c’ero”. In un momento di grande crisi della storia del calcio a Sorrento, ci piaceva rivivere quel pomeriggio di gloria e ce lo facciamo raccontare da Ciccio Graziani. Il quale era l’allenatore di quel Cervia, ma lui è una leggenda del calcio italiano, protagonista del grande Torino e campione del Mondo nel 1982 con la Nazionale di Bearzot.

Giulio Russo fa l'airone a Cervia

Giulio Russo fa l’airone a Cervia

Era doveroso scrivere un incipit così lungo per introdurre un’intervista ad uno che, nonostante la sua grande fama, trasuda umiltà e signorilità. Ciccio Graziani è di una gentilezza esemplare al telefono, dove non perde neanche la sua esplosività. A malincuore, gli dobbiamo dire la parabola discendente che ha colto il Sorrento negli ultimi anni, e lui: “Ma veramente? Che peccato, che sta facendo adesso? Quest’anno l’allenatore è il Pampa Sosa?”. Si interessa alla situazione dei costieri, magari immaginando il contesto attuale rapportandolo con quello fulgido con cui lui si è confrontato ai tempi del Cervia. Gli chiediamo subito cosa ricorda di quella famosa partita e ci risponde così: “Il ricordo non è dei migliori poi, quando qualcosa va male, si tende sempre a rimuoverlo dalla memoria. Ricordo comunque che ci giocavamo qualcosa di molto importante perché c’era in palio la finale e per noi, per una serie di motivi, sarebbe stato grandioso arrivare a quel traguardo. Ma avemmo la sfortuna di incontrare una squadra come il Sorrento più forte di noi. Sì, perché questo emerse dal doppio confronto, quella costiera si rivelò una squadra più collaudata e compatta rispetto alla nostra, meritando di passare in finale. Ricordo che passammo anche in vantaggio ma poi venne fuori subito la vera forza dei costieri che si imposero in maniera netta eccellendo, non solo per qualità tecnica, ma anche per temperamento e personalità. Da parte nostra c’era tutta l’intenzione di conquistare la finale ma dovemmo fare i conti con un’avversaria più forte”. Onore al merito di quel Sorrento mostruoso. Ciccio Graziani ammette tutto con grande onestà intellettuale, il suo Cervia avrebbe fatto di tutto per arrivare in finale, magari con uno speciale televisivo a ripercorrerne la cavalcata. Invece, si ritrovò di fronte una corazzata che vinse campionato e coppa Italia, un binomio perfetto. Si dice che a Sorrento non si viva di calcio ma, in quegli anni, non era così, anzi. La tifoseria grondava entusiasmo. Ebbe modo di tastarlo anche l’ex campione del Mondo nella gara d’andata tra Sorrento e Cervia. Finì 2-2, la strada sembrava essersi messa in discesa per Aruta e compagni. Ecco proprio Aruta incendiò il pre-partita nel riscaldamento, dando le spalle al settore dei sorrentini togliendosi la giacca della tuta per mostrare la maglietta con la scritta: “Stabiese 101%”. Tra l’altro, fu proprio lui a sbloccare la gara con un pallonetto lasciandosi andare anche ad una esultanza provocatoria. Fu un po’ il gioco delle parti: lo stabiese doc che arriva a Sorrento sfidando una tifoseria ostile. Questi dettagli hanno reso ancora più bella la qualificazione che proprio Aruta, aprendo le danze sia all’andata che al ritorno, ha messo costantemente in pericolo. Da Ciccio Graziani ci facciamo dire se, impattando al “Campo Italia”, ha sperato di aver disinnescato i rossoneri: “C’è da sottolineare che, a Sorrento, nonostante il sintetico, disputammo una buonissima prestazione. Riuscimmo a strappare un buon pareggio ma, ripeto, nell’arco delle due gare, il Sorrento dimostrò di avere qualcosa in più e di meritare la finale di una competizione che poi riuscì anche ad aggiudicarsi. Non mi sorprese dato che ebbi modo di constatare in prima persona la forza di un organico straordinario. E poi la gara d’andata fu bellissima anche per la cornice di pubblico: lo stadio era pieno e si respirava grande entusiasmo e un’atmosfera contagiosa. Per questo, oltre ad essere una bellissima partita, fu anche una straordinaria festa di sport”. Infatti, si trattò di un grande evento, la sfida nella sfida tra Aruta e i sorrentini contribuì a renderlo più vero e frizzante. Cose normali nel calcio, ne rappresentano il sale se non sfociano in episodi incresciosi. Quel Cervia appassionò tutti, ma come si lavorava in una realtà attorniata da telecamere? “Eravamo una squadra di calcio all’interno di un contenitore televisivo. Ciò comportava tanta attenzione verso i ragazzi che si trovavano a vivere sotto i riflettori. Molti ci consideravano la 21esima squadra di serie A, giocando la domenica mattina eravamo visionati anche dai club della massima serie. Fu una bella esperienza per me ma soprattutto per i ragazzi, che si trovarono al centro di un sogno vivendo momenti di grande entusiasmo e notorietà. Per loro fu veramente qualcosa di unico, alcuni sono riusciti ad andare avanti mentre altri no, ma tutti riuscirono a togliersi belle soddisfazioni. È stato qualcosa di indimenticabile, riempivamo gli stadi di tutta Italia riscuotendo un grandissimo consenso”.
Ai giocatori del Cervia restò il titolo di “campioni del cuore” ma sulle maglie di quelli del Sorrento fu apposto il “tricolore da cucire”….

 

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